Stampa analogica da file digitale: perchè.

In Camera Oscura si producono fotografie stampate come pezzi unici.

E’ una stampa artistica lontana dai prodotti seriali massificati, un tipo di stampa non standard, personalizzata e con il valore aggiunto della lavorazione artigianale .

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(fotografia di Diego Bardone)

Molti si chiedono il perchè preferire una stampa fotografica  realizzata in camera oscura rispetto ad  una realizzata con sistemi di stampa non convenzionalmente fotografici come il getto di inchiostro.

Non c’è una risposta assoluta.

Come ho detto più volte  il confronto non è solo tra un sistema migliore di un altro, spesso è una questione di approccio più che di qualità.

Io ho sempre proposto un tipo di stampa fotografica realizzata con il classico processo in Camera oscura, sia da file digitale che da negativo tradizionale.

Questo tipo di stampa fotografica è quella che intendo portare avanti fino alla fine della mia carriera: sono nato fotografo e stampatore in camera oscura e come tale voglio terminale il mio percorso lavorativo.

Tuttavia ci sono dei punti fermi sui quai vorrei soffermarmi, dei punti che differenziano le stampe fotografiche ai sali d’argento, dei punti che rendono unico il prodotto finito che esce da una camera oscura, dei punti che rivelano i “perchè ” fare una stampa analogica anche da un file digitale:

  • in Camera Oscura si stampa un prodotto che potrà chiamarsi “fotografia” in quanto la carta è fotosensibile quindi  è esposta anch’essa alla luce. Altri sistemi  che non prevedono l’esposizione della carta alla luce in fase di stampa producono semplicemente prodotti diversi che prendono il nome di “stampa”.
  • in Camera Oscura si producono originali unici non standard , personalizzati e con una lunga storia alle spalle , sia che provengano da negativo sia da un file digitale. Seppur replicabile una stampa fotografica non sarà mai uguale alla precedente e neanche alla successiva, sarà unica.
  • in Camera Oscura  si produce una stampa fotografica che acquisirà valore nel tempo sia per sua futura rarità  sia per il procedimento artigianale al quale è stata sottoposta
  • in Camera Oscura  si produce una stampa fotografica con un’ ampia estensione tonale tipica delle carte tradizionali ai sali d’argento.
  • in Camera Oscura  si produce una stampa fotografica stabile nel tempo: nessuna certificazione di durata nel tempo potrà sostituirsi all’effettiva prova empirica del tempo trascorso che ha assegnato un’ autocertificazione della stampa fotografica ai sali d’argento.

In Camera Oscura si chiude il cerchio del processo fotografico , dalla luce alla luce

Dunque stampa analogica anche da file digitale, ecco ….questi per me sono i “perchè”.

La stampa in Camera Oscura è stampa artigiana,  con il calore che solo un procedimento realizzato col cuore può restituire.

Vi racconto questa stampa

Fotografia di Toni Thorimbert  – stampa  in edizione limitata per il libro di Toni Thorimbert The seduction of Photography, carta Ilford Fb .

Stampa da file digitale eseguita da Giulio Limongelli in Camera Oscura con Digingranditoredscf0027

Vi racconto la storia di questa stampa.
Avevo contattato Toni Thorimbert via mail per informarlo del mio servizio di stampa da file digitale in camera oscura (cosa che ritenevo potesse interessargli).
Dopo circa un mese Toni mi ha risposto “Si, mi interessa” ed abbiamo fissato un appuntamento presso il suo Studio.
Appena sono entrato sono stato colpito dalla presenza di scatole di carta fotografica a me molto familiari: bellissime stampe fotografiche bn sparse qua e là, ed ancora scatole impilate ordinatamente ed altre nello scaffale di una libreria.
Toni è arrivato e ci siamo presentati cordialmente. Vede il mio trolley in metallo (che di solito uso per i trasporto di un mio portfolio di stampe) che forse aveva l’aria un po troppo da rappresentante e mi fa “Allora, tu che vendi?” , ed io “Nulla, io produco” ; dopodichè ci siamo seduti su un divano ed ho incominciato a mostragli i miei campioni di stampa (perlopiù paesaggi) .
Lui mi fa “Si ok, ma questo genere di fotografie sono talmente distanti dal mio modo di fotografare che non riesco a darne una valutazione. “.
Io “ok Toni, allora dammi un tuo file su quale lavorare per mostrarti quello che si può fare”.
Dopo qualche giorno Toni mi ha inviato il file di questa fotografia ed io gli ho stampato un provino e gliel’ho portato personalmente in Studio in modo da poterne discutere insieme.
Toni è rimasto colpito, credo che le sue aspettative fossero inferiori al risultato.
Lui mi fa “E si, sembra proprio una vera fotografia  bianco e nero  come si facevano una volta ” . Dopodichè ha cominciato a parlarmi del suo progetto del libro  The seduction of photography  www.seductionofphotography.com/
Toni mi ha ordinato di eseguire 25 stampe che sarebbero andate a corredare l’edizione limitata del suo libro .
La scelta della carta è ricaduta sulla Ilford Fb classic, una baritata di pregio  per un progetto importante : 25 stampe.
Ho eseguito altri provini prima della produzione delle 25 stampe : con Toni abbiamo concordato insieme quale fosse la più opportuna (per contrasto e densità) da utilizzare come campione di stampa.
La difficoltà maggiore nel realizzare la serie è stato il taglio 19,5mmx26,3mm . Tutto si sarebbe potuto compromettere per un semplice errore di 1 solo mm . Ho dedicato molto tempo e molta concentrazione a questa fase finale del taglio, la più delicata dell’intero processo.
Le 25 stampe sono infine andate a corredare il libro di Toni che è stato presentato a dicembre presso la Galleria Sozzani a Milano.
Maggiori info sul progetto nel blog di Toni :

La Camera Oscura al passo coi tempi

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Dall’avvento degli smartphone e dei nuovi devices si è registrata un’impennata senza precedenti nella produzione di immagini; la supremazia dei social media ha poi preso il sopravvento, rendendo la pratica fotografica degli ultimi anni un fenomeno di massa, fatto di manifestazioni globali come Facebook e Instagram.

La fotografia è diventata materiale da condividere e da consumare in tempo reale, mostrando da un lato indubbi vantaggi – come l’immediatezza della smartphone photography e la diffusione della cultura dell’immagine a livello capillare – , e producendo contemporaneamente una problematica di grande valore sociale e “storico”.

La presenza massiccia di immagini che non vengono più stampate, o che vengono archiviate nella memoria dello smartphone, all’interno di supporti digitali o cloud, rischia di determinare una sorta di “oblio del ricordo”, di far perdere un’importante caratteristica della fotografia stessa, ovvero la sua capacità intrinseca di documentare e lasciare una traccia tangibile e accessibile di un volto, di un ricordo, di una storia. Una traccia che resta e che può e deve essere fisicamente ritrovata e recuperata.

Una cultura si costruisce attraverso il ricordo, ma anche attraverso la selezione dei ricordi”, aveva detto Umberto Eco al Palazzo di Vetro dell’ONU in una lezione di tre anni fa dal titolo “Contro la perdita della memoria”. Un discorso che veniva fatto sulla cultura in generale, ma che potrebbe essere valido anche per la storia dell’immagine degli ultimi anni.

Sia che riguardi “fotografi 2.0”, come gli utenti e il popolo dei social media, sia che riguardi l’approccio del professionista, grande o piccolo che sia, è importante ricordare che solo la stampa consente, da un lato, di conservare realmente un ricordo da un punto di vista fisico, e che, dall’altro, solo tramite essa si può operare un processo di selezione attento che altrimenti si perderebbe nelle immense opportunità offerte dalla tecnologia digitale.

Il momento storico che stiamo vivendo ha già messo in seria crisi un mondo, quello della stampa fotografica di largo consumo, fatta per lo più di fotografie di nonni e bisnonni ormai impolverate all’interno di cassetti e vecchi album, che non avranno un corrispettivo riferito ai giorni nostri.

Il nuovo mondo dell’immagine sembra quindi essere a favore di un oblio del ricordo e della tradizione. La fotografia è diventata immateriale, “liquida”. Si realizzano immagini che restano in un ecosistema elettronico e solo raramente giungono ad essere stampate su carta. E, forse, solo a queste ultime sarà dato di superare l’oblio del tempo.

Affidarsi ai soli file digitali e rinunciare alla stampa – che potrebbe essere considerata come l’altro cinquanta per cento della Fotografia – credendo che questi file possano sopravvivere al veloce trascorrere del tempo, è pura utopia.

La stampa è in grado di donare alla Fotografia quella completezza che il virtuale le ha sottratto; una fotografia si guarda in maniera riflessiva, mentre un’immagine virtuale viene di solito consumata rapidamente. La stampa, nella sua prossima rarità, sarà la detentrice dei nostri ricordi futuri, mentre gran parte di tutto il resto sarà destinato a smarrirsi in un mondo virtuale in rapida evoluzione .

Il discorso è ovviamente differente per i grandi e piccoli autori della fotografia. Sono loro a mantenere vivo, insieme a pochi altri fotoamatori e nostalgici, il mondo della stampa, un mondo al quale fanno riferimento per le loro mostre fotografiche, le loro prove di stampa, le loro opere destinate alla vendita e dunque al collezionismo. Sono questi i protagonisti del nuovo mercato della stampa, quelli che oggi non possono rinunciarvi, ma che devono operare delle scelte determinate dal momento storico in cui vivono e dall’evoluzione tecnica davanti alla quale si sono trovati.

Queste scelte, per semplificare, sono orientate in due direzioni che possono sembrare ad un occhio superficiale diametralmente opposte: stampa analogica e stampa digitale.

Due mondi che non sempre sono in contrapposizione e dall’incontro dei quali possono emergere esperienze e figure che stanno ottenendo dalla connessione tra tradizione e innovazione un valore aggiunto senza paragoni. Dando vita quindi ad una sorta di magia che consente di unire le pratiche di ripresa più attuali con le tecniche di stampa più antiche.

È il caso di Giulio Limongelli e del suo approccio che nasce da un principio unico: usare i vecchi metodi di stampa anche con i file digitali, utilizzando un ingranditore digitale per stampare così come si stampava da un normale negativo. Questa particolare visione della stampa fotografica ha portato questo vero “Maestro di Bottega”, dal suo Studio Fine Art di Bologna alla creazione di uno strumento di sua invenzione, il Digingranditore, che gli ha consentito di tornare in camera oscura con dei file digitali, potendoli trattare come se fossero dei negativi, quindi con gli stessi procedimenti di mascherature, bruciature ed esposizioni differenziate.

La carta viene sviluppata nel processo in bacinella così come si faceva anche con le stampe del negativo.

In un’epoca in cui l’immagine si orienta quindi verso una visione “full digital”, legata ad esempio alle stampe a getto d’inchiostro o anche ad alcuni sistemi di stampa che prevedono sì un processo chimico ma

non la proiezione del file, Limongelli desiderava tornare ad un prodotto più genuino che tenesse comunque conto dell’evoluzione raggiunta dalle macchine.

Il valore della sua stampa si articola quindi su diversi livelli: come prima cosa un livello “filosofico”. Limongelli produce immagini “esposte alla luce”, ovvero quella qualità unica e intrinseca che conferisce loro la dignità di chiamarsi effettivamente “fotografie”. Tutto ciò che viene stampato attraverso sistemi non convenzionalmente fotografici ha più a che fare con le arti grafiche e dà origine a tutti gli effetti ad un’immagine e non a una vera e propria fotografia.

Il secondo livello è legato alla coerenza. È fondamentale poter tornare ad avere una produzione coerente con le produzioni analogiche precedenti seppur partendo da supporti digitali: è il caso che si presenta ad esempio a collezioni museali o archivi.

Il terzo livello è temporale: la stampa fotografica in senso canonico ha superato la prova empirica del tempo nell’ambito del bianco e nero. Le fotografie realizzate in questo modo hanno svariati decenni di vita e sono ancora li, a testimonianza effettiva di una resistenza innegabile. A differenza della stampa digitale, che deve essere ancora sottoposta alla prova del tempo, non necessita di alcuna certificazione.

C’è infine un quarto livello, quello legato all’unicità: in Camera Oscura si producono “pezzi unici”, cioè tanti originali, differenti l’uno dall’altro anche se provenienti dallo stesso negativo o file.

Questo è il valore aggiunto che deriva da un procedimento artigianale, il valore dato dal lavoro dell’uomo e dalla sua esperienza. La certificazione più autentica, infatti, è data sicuramente dalla tradizione di un mestiere fatto a regola d’arte.

All’indomani del confronto sulle varie tecnologie di stampa, svoltosi alla Triennale di Milano*, Giulio Limongelli scrive: “Prima di tutto l’uomo: scegliendo, in un’era digitale, di continuare a stampare in Camera Oscura con il Digingranditore, ho deciso di porre al centro l’uomo con le sue abilità, di mettere la tecnica davanti alla tecnologia, l’artigianalità al di sopra dei processi semi-industriali. Non si tratta di un rifiuto della tecnologia, ma solo di una fusione tra tradizione e innovazione: la mia è una retro-innovazione.
Continuo lungo questa strada con un sistema di stampa che posso affermare essere una vera forma di artigianato digitale, un sistema in cui la parte prevalente è quella artigianale rispetto a quella digitale e dove il valore aggiunto è dato dal lavoro dell’uomo, dal suo cuore e dalla sua passione.”

Se dunque non si può pensare che le fotografie realizzate in Camera Oscura possano diventare dei prodotti di massa, bisogna partire dal presupposto che in ogni caso è proprio in Camera Oscura che si produce la fotografia.

In un mondo dove sembra spesso che l’innovazione stia fagocitando la tradizione e un “saper fare” ormai noto a pochi, l’esperienza di Giulio Limongelli e del suo Digingranditore risalta e prende forma “…come una piccola magia che integra digitale e analogico…”, così come l’ha definita Settimio Benedusi.

Una “retro-innovazione”, come la descrive Limongelli, a sottolineare la natura di una novità che guarda alla tradizione, di un progetto che scaturisce e prende forma dall’incontro tra due mondi e che, grazie alla sua natura contemporanea, permette di cogliere il meglio dal punto di vista tecnico ed estetico dal passato e dal presente.

* I contenuti presenti nel seguente contributo sono stati tratti da “La Camera Oscura al passo con i tempi”, Tavola Rotonda promossa da AFIP International alla Triennale di Milano organizzata da 6Glab – Il Laboratorio delle idee di Seigradi

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La stampa artistica – articolo sulla rivista Fotografare del gennaio 2015

dscf6154Articolo scritto per la rivista stampata Fotografare distribuito in edicola a gennaio 2015.

Sezione CULTURA – La stampa Artistica, pagina 78

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Nel corso degli ultimi anni il meticciato informatico/fotografico ha consentito di poter stampare le proprie immagini anche su supporti non fotograficamente convenzionali, cioè non legati ai processi chimici della fotografia tradizionale. Questi metodi di stampa, seppur tecnicamente evoluti, utilizzano una tecnologia vicina alla stampa tipografica  unendo supporti e pigmenti (stampe a getto di inchiostro, o a pigmento, o glicee ) . Pertanto le stampe ottenute con questi sistemi non possono essere considerate fotografie , ma solo stampe che emulano le fotografie anche nei supporti (come nel caso delle carte fotorealistiche  e baritate, che nulla o quasi hanno a che fare con i rispettivi supporti di origine fotografica)  .

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Ad oggi è comunque possibile stampare vere fotografie da file digitali con il processo fotografico RA-4 su carta a colori. Con l’avvento del digitale infatti poco o nulla è cambiato riguardo alla stampa . Le macchine da stampa (sia le grosse stampatrici industriali che i minilab) si sono evolute passando da essere semplici ingranditori con lente a stampatrici senza ottiche che “disegnano” l’immagine sulla carta fotosensibile con il laser . Lo sviluppo della carta così esposta viene trattata con sviluppatrici chimiche automatiche, le stesse che sviluppavano fino a ieri la carta esposta alla proiezione da negativo. Pertanto si può ribadire che l’unico processo che “chiude il cerchio” della Fotografia (dallo scatto in digitale alla stampa ) è quello di stampa diretta dei file digitali attraverso queste macchine su carta a colori fotosensibile sviluppata , oggi come ieri, con il processo chimico RA-4 .Solo così si può parlare di vera Fotografia al 100%.
Per la stampa da file digitali su carta Bianco e Nero la tecnologia non ha avuto la stessa evoluzione che consente la stampa diretta per proiezione in Camera Oscura con uno strumento dai costi accettabili utilizzando un semplice ingranditore con lente . Sul mercato l’unico ingranditore digitale disponibile è prodotto dalla De Vere alla cifra di 22.000 sterline, costo che è impossibile da sostenere in un mercato di nicchia come quello BN.

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Fino ad oggi infatti per le vere stampe fotografiche in BN esistono metodi che però non prevedono la stampa diretta per proiezione ma sono frutto di ibridazioni e passaggi intermedi in Camera Oscura.

Il primo, il più noto, è quello di creare un “internegativo” con una stampante inkjet;  in pratica è una pellicola delle stesse dimensioni della stampa finale da stampare “a contatto” con la carta fotosensibile per poi svilupparla con il processo BN . Il secondo metodo è una semplice riproduzione di una stampa ottenuta con una stampante a getto di inchiostro ed eseguita con una fotocamera analogica precedentemente caricata con un film in BN .Il terzo, e forse il meno conosciuto e meno diffuso, prevede la creazione di un negativo dal file digitale che avviene attraverso un costoso device collegato al un PC che si chiama Film Recorder (ne esistono diversi tipi con i quali si ottengono negativi che vanno dal 24×36 al 6x8cm) .

A questo punto pensando a questi  metodi c’è da chiedersi, vista la macchinosità di tutti questi passaggi intermedi, ma perché non si fotografa direttamente in analogico su negativo ?

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Quindi mi sono domandato come poter stampare direttamente i file , senza questi passaggi intermedi,  e sfruttando le mie conoscenze pregresse ho creato questo nuovo/vecchio sistema di stampa diretta che avviene con il più classico (ma rivisitato) degli strumenti utilizzato da sempre in Fotografia :l’ingranditore ma in versione digitale, il DIGINGRANDITORE .
Le stampe ai sali d’argento così ottenute hanno un’estesa gamma tonale e presentano una profondità nelle ombre ed una brillantezza tipica delle tradizionali stampe da negativo.
Il vantaggio è quello di poter proporre ai clienti supporti da loro desiderati come le varie carte baritate o politenate, completandoli con viraggi conservativi al selenio ma anche con processi oramai dimenticati come il viraggio seppia.
Il mio intento è quello di far incontrare due mondi, il digitale e l’analogico, e trarre da entrambi il meglio che possano offrire .
Con il mio Laboratorio posso soddisfare finalmente le richieste di coloro che vogliono tornare ad avere quella stampa tipica dell’ingranditore, l’unica che conferisce quella giusta morbidezza e calore che solo la proiezione attraverso una lente può dare.

Giulio Limongelli

L’ingranditore digitale e la chiusura del cerchio

Si inserisce il negativo nell’ingranditore, si accende la luce del marchingegno, la luce passa attraverso la pellicola, poi attraverso un obiettivo, colpisce della carta sensibilizzata ai sali d’argento. La carta viene sviluppata, avviene il passaggio inverso, ciò che era nero nel negativo ridiventa bianco, ciò che era trasparente diventa nero. Abbiamo un positivo, una stampa fotografica.
Tutte le infinite gradazioni intermedie tra quello che era nero nel negativo e quello che era trasparente rimangono apprezzabili se si stampa con la dovuta perizia, questa è l’unica vera fine art print che possa esistere, è così sin dai tempi di Ansel Adams.

Le stampe prodotte in questo modo possono durare centinaia di anni, di questo ormai abbiamo sufficienti prove.
Il passaggio positivo negativo e quindi negativo positivo, avviene  sempre per reazione chimica alla luce, questa è  l’unica vera fotografia possibile, dal momento dello scatto alla chiusura del cerchio, alla stampa, tutto ciò è fotografia, è scrivere con la luce. Il passaggio negativo positivo e viceversa è un passaggio concettualmente e storicamente importantissimo, senza questo passaggio non sarebbero state coniate monete, non ci sarebbe stato stampato un libro. L’artigiano fotografo  è colui che possiede (nell’ambito di cui si occupa), l’arte, la capacità di seguire tutto il processo dall’inizio alla fine. Questo in ambito analogico, per fotografia a pellicola in B/N. E con la fotografia digitale cosa è cambiato? Concettualmente  forse poco, il sensore sostituisce la pellicola, ma  è sempre fotografia, scrittura con la luce. Ha portato anche dei vantaggi la fotografia digitale, permette di nuovo di gestire tutto il procedimento dal momento dello scatto alla stampa.
Il fotografo può tornare ad essere artigiano, completamente artefice della sua opera dal principio alla fine…o quasi.
Il problema è l’ultimo anello della catena.

(nell’immagine sotto : una Fotografia da file digitale di Settimio Benedusi in lavorazione in Camera Oscura.)benedusi-low

La robustezza dell’intera catena è pari a quella dell’anello più debole. É lì che si può spezzare la catena, all’ultimo anello, alla stampa, proprio un attimo prima di arrivare al prodotto finito, perfetto. Eh già perché la stampa da digitale viene spesso eseguita con stampanti ink jet. In pratica si tratta di spruzzi finissimi di inchiostro, una stampa che può essere simile per certi versi a quella tipografica, non avviene più in modo chimico, per reazione alla luce di una superficie sensibilizzata. Va bene, direte, ma cosa cambia? È solo un cavillo,un concetto filosofico. Ahimè non  così, il risultato finale, per chi sa apprezzare le differenze, cambia dal giorno alla notte. La magia di quei B/N ai quali eravamo abituati in analogico scompare.
C’è forse più incisività nel risultato finale in una stampa ink-jet, ma i morbidi e infiniti passaggi di tono, il nero intenso, le sfumature sottili sino ad arrivare al bianco puro, che si potevano avere con la carta ai sali d’argento sono inarrivabili.
I risultati che si possono ottenere con una stampante domestica, sia pure di buona qualità sono lontano anni luce da quelli di una stampa foto/chimica da negativo. “Ah però esiste la stampa fine art giclée!” Esclama qualcuno.

Sì esiste la stampa fine art “giclée” (un termine esotico e raffinatissimo).  Ma cosa garantisce?

Garantisce un foglio di carta esente da acidi ed inchiostri di ottima qualità, un procedimento che dovrebbe essere seguito con attenzione, null’altro. 7 cartucce di inchiostro ai pigmenti di carbone garantiscono 7 densità di grigio. Fossero anche  50 cartucce in tonalità di grigio il risultato sarebbe comunque inferiore alla morbida e infinita gamma di grigi che può essere ottenuta con una stampa ai sali d’argento.

Se fosse solo questa la differenza sarebbe già sufficiente. Ma c’è anche dell’altro. Eh già… perché c’è di mezzo il concetto “fine art”. Dovrebbe garantire l’alto livello artistico… ma una delle caratteristiche dell’arte è anche la sua unicità, è quello che da  vero valore reale ad un opera d’arte. Ogni opera d’arte è un numero unico. Anche le litografie lo sono, infatti vengono numerate. Non sono tutte uguali, sono ognuna diversa dall’altra. Cosa avviene con stampa ink-jet? Puoi mettere  nel contenitore della carta un’intera risma di ottima carta, puoi caricare grandi tank di inchiostro, puoi stampare fino a quando carta e gli inchiostri esauriscono… otterrai una miriade di stampe, tutte rigorosamente identiche. Il valore collezionistico è pari a zero. Dunque non c’è soluzione? Dunque bisogna dare per accettato che la stampa B/N  da digitale non possa e non potrà mai arrivare alla qualità e al pregio di una stampa ai sali d’argento ottenuta per proiezione di luce attraverso un negativo, col metodo tradizionale della stampa chimica.

Qui entra in gioco l’intuizione di Giulio Limongelli, esperto  fotografo artigiano da ormai 30 anni.  L’unico modo per chiudere il cerchio, per eseguire un procedimento che dal momento dello scatto al momento del prodotto finale, possa sempre chiamarsi fotografia. Scrittura con la luce. Dunque Limongelli modifica un ingranditore affinché possa proiettare la luce che passa attraverso un negativo digitale, illuminato da un device. Costruisce il DIGINGRANDITORE, per stampare file DIGITALI, mediante un INGRANDITORE,  la carta ai sali d’argento viene impressionata dalla LUCE, con le tradizionali mascherature come si è sempre fatto in camera oscura, sviluppata in bacinella con i tradizionali prodotti chimici. Apparentemente semplice,  ma è qui che entra in gioco l’abilità artigianale, frutto di una esperienza acquisita col lavoro e la cura maniacale, anno dopo anno.

Ottenere un negativo digitale adatto non è del tutto facile, non basta invertire il positivo digitale con un click in Photoshop. Dopo aver  ottenuto un negativo perfetto, come quelli analogici, bisogna saperlo stampare a regola d’arte.
Pierre Gassmann, stampatore di fiducia di Henry Cartier Bressan alludendo ad un negativo e alla stampa che ne traeva, amava dire: “Il mio occhio vede tutto, dunque bisogna che tutto si veda”.  Ed è quello che fa Giulio Limongelli stampando, DALLA LUCE ALLA LUCE…autentica fotografia in numero unico, finalmente il cerchio è chiuso! Non tutti sono in grado di apprezzare la differenza.

Per l’occhio esperto di chi conosce la stampa analogica su carta ai sali d’argento la differenza è evidentissima, come  passare  dal giorno alla notte. Non per nulla nel portfolio clienti di Giulio Limongelli compaiono nomi come Settimio Benedusi, Giovanni Gastel, Toni Thorimbert, Max  Angeloni, Max De Martino, Ryuichi Watanabe di New Old Camere (NOC), dove Il 6 giugno 2015 ha presentato i suoi lavori col digingranditore nel corso di un Open Day. Ha pertecipato nell’ottobre 2015 alla Maker Faire di Roma ed è stato invitato alla prossima edizione in Cina.
Gallerie e archivi storici ricorrono a lui per stampare opere in B/N destinate ad essere esposte o venute a collezionisti.

Maggiori info :

http://www.studiofineart.it

Articolo scritto Giorgio Rossi – articolo originale http://www.riflessifotografici.com/index.php/esperienze/466-giulio-limongelli-il-digingranditore-e-la-chiusura-del-cerchio )

fotografia di Giulio Limongelli
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fotografia di Giulio Limongelli
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fotografia di Giorgio Rossi
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fotografia di Lia Alessandrini
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DIGINGRANDITORE, l’ingranditore digitale per la stampa da file in Camera Oscura

DIGINGRANDITORE, l’ingranditore digitale per la stampa da file in Camera Oscura
Stampa artigianale in Camera Oscura da file digitali – Stampa diretta per proiezione su carta con ingranditore digitale con lente su vera carta fotografica, stampata e sviluppata manualmente con chimica monouso. Ecco una galleria di immagini che illustra l’intero processo.
Il Labora

Professionalmente sono nato Artigiano, e voglio continuare ad esserlo .

E’ per questo che ho deciso di impegnarmi per riportare la Stampa Fotografica là dov’è nata, in Camera Oscura . Per chiudere il cerchio del processo fotografico, dallo scatto digitale alla stampa, ho creato un sistema di stampa diretta per proiezione del file su carta fotosensibile che avviene per mezzo del più classico degli strumenti : l’ingranditore digitale, il DIGINGRANDITORE . La carta così esposta viene poi sviluppata in bacinella , in maniera manuale .

Nel corso degli ultimi anni il meticciato informatico/fotografico ha consentito di poter stampare le proprie immagini solo su supporti non fotograficamente convenzionali, cioè non legati ai processi chimici della fotografia tradizionale. Questi metodi di stampa, per quanto tecnicamente avanzati, sono più vicini ad una tecnologia di stampa tipografica (stampe a getto di inchiostro, o a pigmento, o glicee ) . Pertanto le stampe ottenute con questi sistemi non possono essere considerate Fotografie , ma solo stampe che emulano le fotografie anche nei supporti (come nel caso delle carte baritate che nulla o quasi hanno a che fare con la vera fotografia baritata)

L’unico processo che “chiude il cerchio” del processo fotografico (dallo scatto digitale alla stampa) è quello di stampa diretta dei i file digitali su carta fotografica a colori fotosensibile sviluppata con il processo chimico RA-4 . Solo così si può parlare di vera Fotografia al 100% .

Ho creato quindi un nuovo sistema di stampa diretta per proiezione del file su carta fotosensibile che avviene per mezzo del più classico degli strumenti : l’ingranditore digitale, il DIGINGRANDITORE . Questo sistema, creando un “negativo” dal file digitale permette di proiettarlo ed esporlo sui tradizionali supporti di carta fotografica, baritata e politenata. La carta così esposta viene poi sviluppata in bacinella in modo manuale.
Le stampe su carta fotosensibile BN così ottenute hanno una estesa  stessa gamma tonale .

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