L’ingranditore digitale e la chiusura del cerchio

Si inserisce il negativo nell’ingranditore, si accende la luce del marchingegno, la luce passa attraverso la pellicola, poi attraverso un obiettivo, colpisce della carta sensibilizzata ai sali d’argento. La carta viene sviluppata, avviene il passaggio inverso, ciò che era nero nel negativo ridiventa bianco, ciò che era trasparente diventa nero. Abbiamo un positivo, una stampa fotografica.
Tutte le infinite gradazioni intermedie tra quello che era nero nel negativo e quello che era trasparente rimangono apprezzabili se si stampa con la dovuta perizia, questa è l’unica vera fine art print che possa esistere, è così sin dai tempi di Ansel Adams.

Le stampe prodotte in questo modo possono durare centinaia di anni, di questo ormai abbiamo sufficienti prove.
Il passaggio positivo negativo e quindi negativo positivo, avviene  sempre per reazione chimica alla luce, questa è  l’unica vera fotografia possibile, dal momento dello scatto alla chiusura del cerchio, alla stampa, tutto ciò è fotografia, è scrivere con la luce. Il passaggio negativo positivo e viceversa è un passaggio concettualmente e storicamente importantissimo, senza questo passaggio non sarebbero state coniate monete, non ci sarebbe stato stampato un libro. L’artigiano fotografo  è colui che possiede (nell’ambito di cui si occupa), l’arte, la capacità di seguire tutto il processo dall’inizio alla fine. Questo in ambito analogico, per fotografia a pellicola in B/N. E con la fotografia digitale cosa è cambiato? Concettualmente  forse poco, il sensore sostituisce la pellicola, ma  è sempre fotografia, scrittura con la luce. Ha portato anche dei vantaggi la fotografia digitale, permette di nuovo di gestire tutto il procedimento dal momento dello scatto alla stampa.
Il fotografo può tornare ad essere artigiano, completamente artefice della sua opera dal principio alla fine…o quasi.
Il problema è l’ultimo anello della catena.

(nell’immagine sotto : una Fotografia da file digitale di Settimio Benedusi in lavorazione in Camera Oscura.)benedusi-low

La robustezza dell’intera catena è pari a quella dell’anello più debole. É lì che si può spezzare la catena, all’ultimo anello, alla stampa, proprio un attimo prima di arrivare al prodotto finito, perfetto. Eh già perché la stampa da digitale viene spesso eseguita con stampanti ink jet. In pratica si tratta di spruzzi finissimi di inchiostro, una stampa che può essere simile per certi versi a quella tipografica, non avviene più in modo chimico, per reazione alla luce di una superficie sensibilizzata. Va bene, direte, ma cosa cambia? È solo un cavillo,un concetto filosofico. Ahimè non  così, il risultato finale, per chi sa apprezzare le differenze, cambia dal giorno alla notte. La magia di quei B/N ai quali eravamo abituati in analogico scompare.
C’è forse più incisività nel risultato finale in una stampa ink-jet, ma i morbidi e infiniti passaggi di tono, il nero intenso, le sfumature sottili sino ad arrivare al bianco puro, che si potevano avere con la carta ai sali d’argento sono inarrivabili.
I risultati che si possono ottenere con una stampante domestica, sia pure di buona qualità sono lontano anni luce da quelli di una stampa foto/chimica da negativo. “Ah però esiste la stampa fine art giclée!” Esclama qualcuno.

Sì esiste la stampa fine art “giclée” (un termine esotico e raffinatissimo).  Ma cosa garantisce?

Garantisce un foglio di carta esente da acidi ed inchiostri di ottima qualità, un procedimento che dovrebbe essere seguito con attenzione, null’altro. 7 cartucce di inchiostro ai pigmenti di carbone garantiscono 7 densità di grigio. Fossero anche  50 cartucce in tonalità di grigio il risultato sarebbe comunque inferiore alla morbida e infinita gamma di grigi che può essere ottenuta con una stampa ai sali d’argento.

Se fosse solo questa la differenza sarebbe già sufficiente. Ma c’è anche dell’altro. Eh già… perché c’è di mezzo il concetto “fine art”. Dovrebbe garantire l’alto livello artistico… ma una delle caratteristiche dell’arte è anche la sua unicità, è quello che da  vero valore reale ad un opera d’arte. Ogni opera d’arte è un numero unico. Anche le litografie lo sono, infatti vengono numerate. Non sono tutte uguali, sono ognuna diversa dall’altra. Cosa avviene con stampa ink-jet? Puoi mettere  nel contenitore della carta un’intera risma di ottima carta, puoi caricare grandi tank di inchiostro, puoi stampare fino a quando carta e gli inchiostri esauriscono… otterrai una miriade di stampe, tutte rigorosamente identiche. Il valore collezionistico è pari a zero. Dunque non c’è soluzione? Dunque bisogna dare per accettato che la stampa B/N  da digitale non possa e non potrà mai arrivare alla qualità e al pregio di una stampa ai sali d’argento ottenuta per proiezione di luce attraverso un negativo, col metodo tradizionale della stampa chimica.

Qui entra in gioco l’intuizione di Giulio Limongelli, esperto  fotografo artigiano da ormai 30 anni.  L’unico modo per chiudere il cerchio, per eseguire un procedimento che dal momento dello scatto al momento del prodotto finale, possa sempre chiamarsi fotografia. Scrittura con la luce. Dunque Limongelli modifica un ingranditore affinché possa proiettare la luce che passa attraverso un negativo digitale, illuminato da un device. Costruisce il DIGINGRANDITORE, per stampare file DIGITALI, mediante un INGRANDITORE,  la carta ai sali d’argento viene impressionata dalla LUCE, con le tradizionali mascherature come si è sempre fatto in camera oscura, sviluppata in bacinella con i tradizionali prodotti chimici. Apparentemente semplice,  ma è qui che entra in gioco l’abilità artigianale, frutto di una esperienza acquisita col lavoro e la cura maniacale, anno dopo anno.

Ottenere un negativo digitale adatto non è del tutto facile, non basta invertire il positivo digitale con un click in Photoshop. Dopo aver  ottenuto un negativo perfetto, come quelli analogici, bisogna saperlo stampare a regola d’arte.
Pierre Gassmann, stampatore di fiducia di Henry Cartier Bressan alludendo ad un negativo e alla stampa che ne traeva, amava dire: “Il mio occhio vede tutto, dunque bisogna che tutto si veda”.  Ed è quello che fa Giulio Limongelli stampando, DALLA LUCE ALLA LUCE…autentica fotografia in numero unico, finalmente il cerchio è chiuso! Non tutti sono in grado di apprezzare la differenza.

Per l’occhio esperto di chi conosce la stampa analogica su carta ai sali d’argento la differenza è evidentissima, come  passare  dal giorno alla notte. Non per nulla nel portfolio clienti di Giulio Limongelli compaiono nomi come Settimio Benedusi, Giovanni Gastel, Toni Thorimbert, Max  Angeloni, Max De Martino, Ryuichi Watanabe di New Old Camere (NOC), dove Il 6 giugno 2015 ha presentato i suoi lavori col digingranditore nel corso di un Open Day. Ha pertecipato nell’ottobre 2015 alla Maker Faire di Roma ed è stato invitato alla prossima edizione in Cina.
Gallerie e archivi storici ricorrono a lui per stampare opere in B/N destinate ad essere esposte o venute a collezionisti.

Maggiori info :

http://www.studiofineart.it

Articolo scritto Giorgio Rossi – articolo originale http://www.riflessifotografici.com/index.php/esperienze/466-giulio-limongelli-il-digingranditore-e-la-chiusura-del-cerchio )

fotografia di Giulio Limongelli
dscf3853b
fotografia di Giulio Limongelli
bordo-portfolio
fotografia di Giorgio Rossi
dscf0769
fotografia di Lia Alessandrini
dscf0767b

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